sabato 24 gennaio 2009

Covocazione Consiglio Comunale per il 28 gennaio.

Il Consiglio comunale è convocato, in sessione ordinaria, in prima convocazione, mercoledì 28 gennaio con inizio alle ore 9.30 ed in seconda convocazione giovedì 29 gennaio con inizio alle ore 9.30 per discutere i seguenti argomenti:
1. Comunicazioni del Presidente.
2. Interrogazioni e raccomandazioni.
3. Approvazione verbali sedute consiliari del 27 e 28 novembre 2008.
4. Aliquote e detrazioni ICI – Provvedimenti.
5. Approvazione piano delle alienazioni e valorizzazioni immobiliari da allegare al bilancio annuale di previsione per l’esercizio finanziario 2009 – art. 58 D.L. n. 112/2008.
6. Costituzione società patrimoniale art. 84 della legge 27.12.2002 n. 289.
7. Approvazione piano triennale OO.PP. 2009/2011 ed elenco annuale 2009.
8. Approvazione bilancio di previsione per l’esercizio 2009 ed allegati.
9. Approvazione relazione sugli obiettivi strategici in materia culturale e turistica da realizzare nell’anno 2009.
10. Integrazione delibera consiliare n. 66 del 27.11.2008 “Proposta di modifica art. 9 del vigente regolamento per la disciplina dei contratti”.
11. Chiesa di S. Maria di Costantinopoli detta “del Monte” – Donazione alla Curia.12. Nomina componenti C.d.A. Opera pia Mons. Filippo Genovese (sostituzione).

domenica 18 gennaio 2009

Il Partito Democratico per il futuro di Napoli.

Lunedì 19 gennaio, alle ore 18.00, presso il Centro Congressi - Teatro Mediterraneo della Mostra d'Oltremare, il Segretario Nazionale del Pd Walter Veltroni e il Commissario del PD Napoli Enrico Morando parteciperanno all'incontro "Il Partito Democratico per il futuro di Napoli".

domenica 11 gennaio 2009

Ecco il partito fai da te di Bassolino senza il Pd

di Angelo Carotenuto.
Due documenti raccontano la steppa che da oggi Morando trova dinanzi a sé. Undici dicembre: otto assessori provinciali definiscono «strana e sbagliata» l´indicazione di Veltroni su primarie da tenere per individuare il futuro candidato presidente. Scrivono che «il Pd non può comportarsi in maniera autosufficiente». Solo che loro sono tutti del Pd. Otto gennaio: nove parlamentari democratici riconoscono a Nicolais, dimissionario dalla guida del partito provinciale, «l´impegno serio, coerente e lineare profuso nel tentativo di concorrere alla risoluzione positiva della complessa e prolungata crisi amministrativa al Comune di Napoli». È la solidarietà nello scontro col sindaco Iervolino.Due documenti in 28 giorni disegnano l´epilogo di 15 anni. In mezzo c´è il solco insanabile che separa il partito del governo dal partito del voto d´opinione, il Pd degli amministratori dal Pd del segretario, il «passo dopo passo» dal «si può fare», quello che chiamano "bassolinismo" da quello che chiamano "rinnovamento". È il solco sul quale da oggi cammina Morando, commissario a Napoli con alcuni obiettivi precisi e immediati: lanciare le primarie per la Provincia, scrivere le liste per le elezioni di giugno, poi preparare il Pd alle battaglie per Regione e Comune. Tocca a lui tracciare il percorso che Nicolais ha lasciato, incrociando le proprie scelte con quello che Il Sole 24 Ore ieri ha chiamato il "partito fai da te", cioè l´ala del governatore che resiste e che starebbe progettando di gettare in campo una candidatura autonoma per il Comune, sul modello seguito a Salerno dal rivale di sempre Enzo De Luca. Un´ala bella larga, che tiene dentro una fetta di Rifondazione, a sua volta alle prese con una scissione alle porte, e Silvio Berlusconi. Quattro milioni, 265 mila e 118. Sono le persone che hanno sostenuto Antonio Bassolino durante la sua scalata da commissario del Pds ai vertici delle istituzioni campane. Dai 300.964 voti napoletani del ï''93 per Palazzo San Giacomo, al milione 896 mila e 664 per il bis del 2005 a Santa Lucia. Quattro milioni di voti in 15 anni. Quindicimila milioni di euro oggi, quelli dei fondi Ue, che pure c´entrano qualcosa nel braccio di ferro in corso sul potere di domani. Il rinvio dell´uscita di scena del governatore, inizialmente vincolata alla conclusione dell´emergenza rifiuti, conduce lì: alla necessità di scrivere le linee guida di spesa 2007-2013.
Le ultime parole di Antonio Bassolino, alla vigilia dell´arrivo di Morando, descrivono proprio la «sfida impegnativa per lo sviluppo economico, per la differenziata, per la qualità dei servizi e per migliorare la vita quotidiana della città». La sfida di chi? Quella delle istituzioni, per le quali il governatore chiede «la giusta autonomia» dai partiti, Pd compreso, sollecitato a lavorare «per crescere e radicarsi». Gli amministratori e il partito. In mezzo il solco. Come del resto già si leggeva a dicembre nel documento degli 8 assessori provinciali, democratici sì, ma più propensi a spendersi per una candidatura-bis dell´uscente Di Palma (verde, ex assessore comunale con Bassolino, uno dei suoi fedelissimi), che per la proposta di primarie giunta da Veltroni.Una «giusta autonomia» che viene giudicata improvvisa e inedita da Paolo Donadio, ricercatore alla facoltà di Economia della Federico II, autore della monografia "Il partito globale, la nuova lingua del neolaburismo britannico" (Franco Angeli, 2005). Dov´era quest´esigenza, si chiede in sostanza Donadio, quando il consenso intorno a Bassolino era diverso? «L´amalgama», dice, «non poteva riuscire. L´attuale scontro tra centro e periferia, tra partito e amministrazioni locali, rappresenta il segno di un compromesso "genetico" di potere che non poteva dare frutti diversi. Nel Pd, a quanto pare, la definizione in termini identitari di cosa si muove all´esterno del palazzo è sistematicamente evitata. Il Pd si sta arrovellando su come ricollocare tatticamente il proprio apparato di potere - alleanze, accordi con la maggioranza, appartenenza a gruppi diversi - spacciando tale operazione per costruzione identitaria, piuttosto che sforzarsi di definire la società. La questione morale doveva essere elemento di strutturazione concreta del nuovo, invece si è rivelata un problema inatteso e scomodo. Eppure, a livello locale, la sfida del Pd potrebbe costituire la novità realmente politica: la parola territorio può declinare in nuova prassi, in approccio liberale».
La parola territorio, invece, pare sinonimo di Bassolino e dei suoi rapporti. Antonio Marciano, assistente particolare del governatore a Santa Lucia, ricostruisce: «Il canale di comunicazione si è interrotto quando è parso che l´unico assillo di Roma fosse la cancellazione di una stagione politica. Se il partito destabilizza le istituzioni, la separazione rischia di diventare dato di fatto. Mi chiedo: non c´è un punto di ripartenza che può mettere insieme tutti? Qual è la differenza tra me e Nicolais nella visione delle emergenze? Bassolino e Iervolino hanno la giusta ansia di dare anche per il futuro una guida di centrosinistra a città e regione. Credo che debba essere la stessa ansia del partito». Ma due giorni fa Oliviero Diliberto (Pdci) l´ha chiamato «un sistema pre-giolittiano di arroganza e prepotenza che distrugge i partiti, fatto di compravendita di consiglieri». Salvatore Piccolo, il deputato pd che ha coordinato il documento di solidarietà per Nicolais, era presidente dc in Provincia vent´anni fa. Dice: «La disarticolazione tra chi governa e il partito, non c´è mai stata in questi termini. Non è più una situazione ordinaria. Così cresce il distacco con l´opinione pubblica e le ripercussioni cascano sul partito». Corrado Gabriele, assessore di Rifondazione nella giunta regionale contro l´indicazione del suo segretario nazionale Ferrero, dà la sua versione: «La distanza esiste. Perché noi amministratori ci occupiamo del reddito di cittadinanza e di garantire il tempo pieno nelle scuole, nel bene e nel male, mentre i partiti discutono di come schierarsi. Il Pd parla di nomi e di rinnovamento, non discute di cosa fare. Esiste un mondo romano che si occupa del Sud quando spuntano i rifiuti e i contratti di Romeo, ma che si defila se c´è da mettere il Mezzogiorno al primo posto. Vale per Pd e Pdl. Io penso sia il momento di fare le cose, non di sapere dove si sta».È "l´Italia del fare" di Berlusconi, il premier che a Napoli urla il nome di Gianni Lettieri per candidarlo al Comune, consapevole di non poter spendere quelli dei suoi dirigenti locali. Oppure è la lista dei "cacicchi" teorizzata da Claudio Velardi, definitivamente più bassoliniano che dalemiano. Concetti che si sfiorano e forse si incrociano, dentro la steppa che da oggi si spalanca dinanzi a Morando.

domenica 4 gennaio 2009

Gaza: e leggerò domani sui vostri giornali

(Lettera di Mustafa Barghouthi)


Ramallah, 27 dicembre 2008.
E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua. Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano? Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l'elettricità in sala operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili - ma come si chiama, quando manca tutto il resto? E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa. La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili - e d'altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che chiacchierano di Palestina, qui all'angolo della strada, sono per le leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale, una forza combattente? - se nei documenti ufficiali siamo marchiati come entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele? Se l'obiettivo è sradicare Hamas - tutto questo rafforza Hamas. Arrivate a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei caccia tornate poi a strangolare l'esercizio della democrazia - ma quale altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa. Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare il coraggio di disertare - non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa - la racconteranno così, un giorno i sopravvissuti. E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui parlare. E effettivamente - e ma come potrebbero mai averlo, trincerati dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto - perché mai dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l'ennesima arma di distrazione di massa per l'opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi terroristici, e in cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa minare la fiducia tra le parti, come - testuale - gli attacchi contro i civili. Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un crimine di guerra non una questione di cortesia. E se Annapolis è un processo di pace, mentre l'unica mappa che procede sono qui intanto le terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti allargati - perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La fine dell'occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti gli stati arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione? Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall'altro lato del Muro? Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l'indifferenza. Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine, verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a vita - solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento. Europei, americani e anche gli arabi - perché dove è finita la sovranità egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione - e parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell'aria, come sugheri sull'acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti, vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori, rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi, domandate cosa potete fare per noi. Una scuola?, una clinica forse? delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi - no, non la generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia sanzioni, sanzioni contro Israele. Ma rispondete - e neutrali ogni volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori no, sarebbe antisemita. Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele passo a passo per sessant'anni, fino a sfigurarlo nel paese più pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un ghetto da entrambi i lati? Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita, oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull'ultima razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l'esatto opposto, sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra. So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo apartheid - e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane, tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l'ennesimo collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori. La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio, il suono di queste esplosioni. Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?
Mustafa Barghouthi con Francesca Borri

martedì 30 dicembre 2008

Auguri per l'anno che verrà.

La mattina del primo gennaio alle 12.00 vi aspettiamo presso il Gran Caffè di Cava de' Tirreni, piazza Duomo, per scambiarci i migliori auguri per l'anno nuovo.
AUGURIAMOCI INSIEME IL MEGLIO!
benvenuti!

Israeliani e Palestinesi sono condannati a parlarsi

Conversazione della rivista LIMES con Menachem Klein, professore di Scienze politiche all’università di Bar Ilan e firmatario degli accordi di Ginevra del 2003.

LIMES: Professor Klein, come vive Israele il suo 60° anniversario?
KLEIN: Con un misto di angoscia e rassegnazione: angoscia per la sensazione di perenne accerchiamento, di ostilità che proviene dal suo intorno geografico; rassegnazione per l’apparente immutabilità di questa situazione, che sessant’anni di guerre e negoziati falliti non sono riusciti a mutare. L’economia va bene, l’esercito israeliano, nonostante le prove non brillanti degli ultimi tempi, rimane il più forte della regione, ma il paese è frustrato, disilluso, fatalista: lo è sia la sua élite dirigente che la sua opinione pubblica e questo, probabilmente, rappresenta il principale ostacolo alla pace.
LIMES: In che senso?
KLEIN: Nel senso che, oggi, il problema in campo israeliano non risiede tanto nella condotta di Olmert, quanto nella crisi di legittimità che, complici i recenti scandali, investe il suo governo e la sua figura, rendendogli impossibile “vendere” alla propria opinione pubblica qualsiasi concessione, anche modesta, alla controparte. Quel che è peggio, è che la stessa situazione si riproduce in campo palestinese, dove la popolarità di Abbas è ai minimi storici, soprattutto a causa della manifesta incapacità di forzare Israele al negoziato. Insomma, in questo frangente ciò che Olmert e Abbas fanno è sostanzialmente ininfluente; a contare è la loro immagine presso i rispettivi elettorati, e tale immagine non potrebbe essere peggiore. Ma questo, purtroppo, è solo il primo dei problemi.
LIMES: Quali sono gli altri?
KLEIN: C’è intanto l’abisso che separa le pretese negoziali di israeliani e palestinesi. Al momento non esiste alcun testo, alcuna mappa su cui le due parti possano intavolare un dialogo. Reduci dai ripetuti fallimenti precedenti, nessuno si illude di poter raggiungere a breve un accordo dettagliato. Fatta salva questa comune dose di realismo, le rispettive posizioni appaiono antitetiche. I palestinesi puntano ad un accordo immediatamente attuabile, che contempli il ritorno di Israele ai confini del 1967 e il principio della “compensazione alla pari”, in base al quale ogni metro di terra incorporato da Israele in deroga a quel confine, deve essere compensato con un’analoga cessione territoriale a favore del futuro Stato palestinese. Israele, viceversa, persegue la tattica dilatoria già sperimentata con la road map statunitense: punta, cioè, ad una mera dichiarazione d’intenti, che non impegni nessuna delle due parti e, dunque, possa essere tranquillamente ignorata.
LIMES: E gli Stati Uniti, storici mediatori della contesa?
KLEIN: Questo è il terzo elemento critico. È chiaro che, in questo frangente, Bush non è interessato a risolvere il conflitto; piuttosto, si limita ad una “gestione corrente” che minimizzi, per quanto possibile, i danni. Così, dall’obiettivo di uno Stato palestinese territorialmente continuo la Casa Bianca è passata al più modesto traguardo di uno Stato palestinese con confini provvisori. Pesano, su questa attitudine, l’approssimarsi delle elezioni presidenziali e il precedente fallimento di Clinton, dal quale il suo successore deve aver tratto la convinzione che quello israelo-palestinese è un conflitto insolubile, su cui non vale la pena applicarsi più di tanto. LIMES: Che conseguenze produce tutto ciò sulle prospettive di un accordo?
KLEIN: La conseguenza più immediata, sotto gli occhi di tutti, è il completo stallo del processo di pace. E questo perché, complice il benign neglect statunitense, Israele è lasciato sostanzialmente libero di dettare tempi, modi e oggetto del negoziato. Ovvero, di sabotare il negoziato stesso. In prospettiva, questa situazione favorisce la radicalizzazione delle opinioni pubbliche israeliana e palestinese, le cui posizioni tendono a farsi via via più intransigenti: un copione, purtroppo, già visto.Il pericolo maggiore, però, sta nella crescente sproporzione di forze tra le due parti in campo. Attualmente, ci sono circa 500 blocchi stradali israeliani nei territori, mentre gli insediamenti non hanno mai cessato di espandersi. Un recente studio della Banca Mondiale ha evidenziato che, nonostante i 7,2 miliardi di dollari in aiuti donati dalla Conferenza di Parigi, l’economia palestinese “cresce” del -2% all’anno. Una crescita negativa che precipiterebbe a -7% se gli aiuti internazionali dovessero cessare.
LIMES: Il frazionamento dei territori soffoca l’economia palestinese, il che a sua volta alimenta l’esasperazione dell’opinione pubblica. Ripristinare un minimo di continuità territoriale nello spazio palestinese: è questa, dunque, la priorità?
KLEIN: Sì, non a caso la rimozione dei blocchi è stata il leit motiv dei numerosi – quanto infruttuosi – appelli rivolti dal segretario di Stato Rice al governo di Gerusalemme.
Il problema è che questo capillare sistema di controllo territoriale è ormai parte integrante dell’apparato di sicurezza israeliano, messo in piedi con la convinzione che i palestinesi non siano in grado di controllare il proprio territorio, anche laddove fossero messi in condizioni di farlo. Da qui a considerare ogni palestinese un potenziale sospetto, il passo è breve. Tant’è che, in media, tra 8 e 11mila palestinesi affollano costantemente le carceri israeliane. Ne consegue che, allo stato attuale, quella palestinese è una leadership fittizia, perché impossibilitata a svolgere molte delle funzioni di governo che configurano l’esercizio di una reale sovranità territoriale. La Palestina è, a tutti gli effetti, un protettorato israeliano.
LIMES: Ma per quale ragione Israele dovrebbe essere interessata al mutamento dello status quo, se questo fa gioco ai suoi interessi?
KLEIN: Perché questa sproporzione di forze, perseguita da Israele in nome delle sicurezza nazionale, rischia di rivelarsi un boomerang. Tra dieci anni, in virtù degli attuali trend demografici, i palestinesi saranno maggioranza numerica, non solo nei territori, ma anche all’interno dello Stesso stato ebraico. Il quale cesserà di essere tale, ovvero perderà la sua natura di Stato etnico, strenuamente difesa dalla leadership israeliana. Il risultato rischia di essere la balcanizzazione di Israele: due etnie che si combattono sotto la stessa bandiera, con l’aggravante che l’etnia numericamente maggioritaria, quella araba, si troverà a sottostare ad un sistema di regole disegnato per escluderla e per favorire l’etnia ebraica. L’unica alternativa a questo disastroso scenario è la soluzione dei due Stati, con un ritorno di Israele ai confini del 1967. La questione non è se vi si arriverà, ma quando: dettaglio tutt’altro che marginale, dato che più si procrastina la pace, maggiore sarà il risentimento che intossicherà i rapporti fra i due futuri vicini.
LIMES: Prima o poi Israele dovrà dunque risolversi a trattare con Hamas, con la prospettiva di consegnargli le chiavi del futuro Stato palestinese. Ritiene questa una strada accettabile?
KLEIN: Su Hamas il mio punto di vista diverge sostanzialmente da quello di molti osservatori. Dalla clamorosa vittoria elettorale del 2006, mi sono preso la briga di analizzare i documenti dell’organizzazione e mi sono reso conto che essa è di gran lunga più pragmatica di quanto Israele, l’Occidente e i suoi stessi proclami propagandistici la dipingano. Ufficialmente, Hamas non rinuncia ai suoi principi ispiratori: è restia a siglare un accordo con Israele, perché ciò comporterebbe il pieno riconoscimento dello Stato ebraico e rivendica ancora il ritorno integrale dei rifugiati. Tuttavia, da quando è forza di governo, essa ha lo stesso problema di tutte le altre formazioni politiche che operano in un regime rappresentativo: conquistare il consenso dell’opinione pubblica. Se questa accetta un accordo di pace, Hamas si troverà a dover fare altrettanto, modificando l’atteggiamento di totale chiusura verso Israele e Stati Uniti. Per questo credo sia fondamentale sottoporre un eventuale accordo al voto di israeliani e palestinesi: di fronte ad un sì dei due elettorati, le rispettive leadership politiche non avrebbero più scuse.
LIMES: Se Hamas è così pragmatica, per quale ragione non sembra particolarmente interessata a mantenere la hudna (tregua) siglata con Israele?
KLEIN: Perché tra le condizioni non negoziabili da essa poste vi è l’estensione del cessate il fuoco alla West Bank. Cosa che, ovviamente, Israele non è disposta a concedere, in quanto minerebbe alla base il suo sistema di sicurezza.
LIMES: Crede che la liberazione di Marwan Barghouti, il leader di Fatah attualmente detenuto in Israele, possa favorire un dialogo costruttivo?
KLEIN: Sì, anche se Gerusalemme dovrebbe essere pienamente consapevole delle potenziali conseguenze di tale gesto. Tra due anni, la Palestina tornerà alle urne per il secondo voto presidenziale della sua storia. In caso di liberazione di Barghouti, le probabilità che Fatah vinca le elezioni sono piuttosto alte, anche perché l’attuale presidente, Abbas, ha già annunciato di non volersi ricandidare. Israele è pronta a trattare con un leader carismatico, che ha animato le due intifada ed è tutt’ora considerato dai servizi israeliani alla stregua di un nemico pubblico? Liberare Barghouti implica riconoscere alla controparte palestinese, qualsiasi ne sia il leader, pari dignità al tavolo negoziale. Sarei il primo a rallegrarmi di un simile sviluppo.
LIMES: Senza nulla togliere al suo ottimismo circa l’influenza della democrazia sull’attitudine della leadership palestinese, c’è però un’altra incognita che pesa sul futuro dei negoziati: l’Iran. Questo è visto da più parti come il vero avversario di lungo periodo di Israele e quello di gran lunga più pericoloso.
KLEIN: Questo è ciò che pensa anche parte dell’establishment israeliano, nel quale è da tempo in corso un intenso dibattito su quali debbano essere le priorità strategiche di Israele. C’è chi ritiene necessario concentrarsi sulla questione palestinese e chi, viceversa, vede nell’Iran una minaccia esistenziale. Minaccia che, però, non può essere affrontata contemporaneamente a quella palestinese, dato che Gerusalemme non è nelle condizioni di combattere su due fronti. Pertanto, secondo i fautori di questa posizione, Israele dovrebbe concedere ad Hamas quel tanto che basta a rabbonirla, per avere poi mano libera nei confronti di Teheran.
LIMES: Condivide questa visione?
KLEIN: Assolutamente no. Sinceramente, preferisco lasciare da parte i grandi scenari regionali a favore di un approccio “locale”, forse meno suggestivo ma, credo, più realistico. Non dico che il contesto regionale non abbia una sua rilevanza, ma il cuore della questione mediorientale rimane il conflitto israelo-palestinese e il cuore di questo conflitto rimangono, appunto, Israele e la Palestina. Gli israeliani guadagnerebbero certamente in tranquillità se il presidente iraniano Ahmadi-Nejad non minacciasse in continuazione di obliterare Israele dalle carte geografiche, ma ciò che toglie loro il sonno è la presenza, ai loro confini, di una popolazione ostile, precipitata in una condizione di caos e arretratezza croniche. Dal canto loro, i palestinesi possono rallegrarsi di sapere i “fratelli arabi” dalla loro parte, ma poi è con i blocchi stradali israeliani e con la povertà endemica che devono fare quotidianamente i conti. È questo ad occupare le menti e le vite di israeliani e palestinesi, più che l’attitudine di Teheran.
LIMES: Sarà, ma resta il fatto che Israele sconta un’esiguità territoriale che lo rende facile bersaglio di atti ostili e potenzialmente devastanti, come i razzi qassam che a intervalli regolari piovono dal Libano. È noto che dietro Hizbullah c’è la Siria, dietro la quale, a sua volta, si intravede l’ombra di Teheran. E così si torna al punto di partenza.
KLEIN: Non c’è dubbio che il Libano rappresenti una seria minaccia alla sicurezza di Israele. Ma il binomio Hizbullah-Siria, con l’immancabile appendice iraniana, non rende giustizia della complessità della situazione. Alla base della quale non c’è tanto la longa manus iraniana, quanto una polverizzazione dei gruppi terroristici riconducibile, ancora una volta, alla strategia israeliana. Fiaccando la leadership palestinese fino a ridurla all’impotenza, Gerusalemme ha reso di fatto incontrollabile la miriade di fazioni armate che, spesso, non rispondono né ad Hamas né a Fatah. Una galassia di gruppuscoli terroristici più o meno riconducibili al jihad, che in molti casi agiscono singolarmente, in una logica che potremo definire della “guerriglia fai da te”. Questo, oggi, è il vero incubo strategico di Israele.
LIMES: Qual è, dunque, la sua ricetta per uscire dallo stallo? Quale crede possa e debba essere il ruolo della futura amministrazione americana?
KLEIN: Non esiste una soluzione semplice ad un problema complesso come questo. Se, come abbiamo detto, lo scoglio attuale è soprattutto quello della leadership, molto dipenderà dalle prossime elezioni palestinesi e dall’evoluzione della complessa situazione politica israeliana. Sicuramente non mi aspetto che il prossimo governo statunitense, qualunque esso sia, svolga un ruolo determinante. Al di là dell’atteggiamento dell’attuale amministrazione, Israele deve smettere di credere che l’America sia disposta a spendersi per imporre ad israeliani e palestinesi ciò che è bene per loro. Dall’ottica di Washington il conflitto arabo-israeliano, per quanto rilevante, rimane un assunto di politica estera, nel quale la Casa Bianca si limiterà a fare i propri interessi. I quali, al momento, consistono fondamentalmente nel perpetuare la sproporzione di forze a vantaggio di Israele, con tutte le implicazioni che, in prospettiva, ne conseguono. LIMES: Le è stato fra gli artefici dell’accordo di Ginevra del 2003. Crede che quell’esperienza possa servire ancora?
KLEIN: Il negoziato di Ginevra ha dimostrato che, tecnicamente, un accordo di pace è possibile. Esso non ha prodotto la pace, è vero, ma ha messo a punto una tecnica negoziale – composizione dei team di negoziatori, modalità di conduzione delle trattative, scelta dei temi cui dare priorità e individuazione dei possibili punti d’incontro sugli aspetti più controversi – che, ad oggi, risulta ancora valida. Metterla a frutto, però, dipende solo da noi.